Responsabilità professionale dell’avvocato per mancato deposito di documenti: sentenza Tribunale di Roma 2024

Responsabilità professionale dell’avvocato per mancato deposito di documenti: sentenza Tribunale di Roma 2024

Una recente sentenza del Tribunale di Roma del 2024 ha affrontato il delicato tema della responsabilità professionale dell’avvocato per omesso deposito di documenti rilevanti ai fini della decisione. Il caso in esame solleva interessanti questioni sulla diligenza richiesta al professionista nell’espletamento del proprio mandato e sulle conseguenze risarcitorie derivanti da un suo inadempimento. La pronuncia offre l’occasione per approfondire i profili di responsabilità dell’avvocato e i criteri di quantificazione del danno subito dal cliente. Vediamo nel dettaglio i fatti di causa e le motivazioni che hanno condotto il Tribunale capitolino a condannare il legale al risarcimento del danno.

INDICE

  1. ESPOSIZIONE DEI FATTI
  2. NORMATIVA E PRECEDENTI
  3. DECISIONE DEL CASO E ANALISI
  4. MASSIMA RISOLUTIVA DELLA SENTENZA
  5. IMPLICAZIONI PRATICHE

ESPOSIZIONE DEI FATTI

Il caso trae origine da un giudizio di responsabilità professionale promosso da un cliente nei confronti del proprio avvocato. In particolare, il cliente aveva subito gravi lesioni a seguito di un incidente verificatosi sul luogo di lavoro e, assistito dal proprio legale, aveva proposto un giudizio di risarcimento danni nei confronti dei sanitari che lo avevano avuto in cura e dell’Ospedale presso cui era stato ricoverato. Nel corso del giudizio risarcitorio, tuttavia, l’avvocato aveva omesso di depositare tempestivamente la cartella clinica del proprio assistito, nonostante la stessa fosse fondamentale per provare l’inadempimento dei sanitari. Per effetto di tale omissione, il giudice aveva rigettato la domanda risarcitoria per carenza di prova. Il cliente, quindi, aveva promosso un autonomo giudizio nei confronti del proprio avvocato, chiedendone la condanna al risarcimento di tutti i danni subiti a causa della sua condotta inadempiente.

NORMATIVA E PRECEDENTI

Il Tribunale di Roma ha innanzitutto richiamato il principio generale secondo cui le obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale sono obbligazioni di mezzi e non di risultato. Pertanto, ai fini del giudizio di responsabilità nei confronti del professionista, rilevano le modalità di svolgimento dell’attività in relazione al parametro della diligenza fissato dall’art. 1176, comma 2, c.c., che richiede la diligenza del professionista di media attenzione e preparazione. Più nello specifico, con riguardo alla responsabilità professionale dell’avvocato, il Tribunale ha richiamato il principio, ormai consolidato nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui il professionista è tenuto ad assolvere, sia all’atto del conferimento del mandato che nel corso dello svolgimento del rapporto, ai doveri di sollecitazione, dissuasione ed informazione del cliente, essendo tenuto a rappresentare a quest’ultimo tutte le questioni di fatto e di diritto, comunque insorgenti, ostative al raggiungimento del risultato o comunque produttive del rischio di effetti dannosi (cfr. Cass. n. 10816/2019; Cass. n. 11906/2016).

DECISIONE DEL CASO E ANALISI

Nel caso di specie, il Tribunale di Roma ha ritenuto provata la sussistenza di un inadempimento dell’avvocato. In particolare, il giudice ha accertato che il legale, pur essendo a conoscenza sin dall’inizio del giudizio risarcitorio della decisività della cartella clinica del proprio assistito, aveva omesso di attivarsi tempestivamente per il suo deposito, richiedendone copia all’autorità giudiziaria che l’aveva posta sotto sequestro solo dopo la scadenza dei termini previsti dalla legge per il deposito dei documenti (art. 183, comma 6, c.p.c.). Tale condotta negligente, a giudizio del Tribunale, non poteva ritenersi scusabile per la difficoltà di reperire la cartella clinica a causa del sequestro, atteso che in tali ipotesi la giurisprudenza ritiene sufficiente la prova del tempestivo e rituale tentativo di acquisire il documento, ad esempio attraverso istanza ex artt. 210 o 213 c.p.c. Accertato l’inadempimento del professionista, il Tribunale si è quindi interrogato sull’esistenza di un danno risarcibile in capo al cliente e sul nesso causale tra la condotta del legale e il pregiudizio subito. A tal fine, il giudice ha ritenuto che, sulla base di un giudizio probabilistico, il cliente, in caso di tempestivo deposito della cartella clinica, avrebbe vinto la causa di risarcimento promossa nei confronti dei sanitari. Tuttavia, il Tribunale ha rilevato che il cliente percepiva già un’indennità INAIL in relazione alle lesioni subite nell’incidente sul lavoro, e che pertanto la quantificazione del danno risarcibile doveva tenere conto del principio della “compensatio lucri cum damno, sulla base della più recente giurisprudenza di legittimità (Cass. SS.UU. n. 12566/2018; Cass. n. 30293/2021). All’esito di tale calcolo, quindi, il Tribunale ha condannato l’avvocato a risarcire al proprio cliente la somma di euro 3.198,24, oltre interessi legali.

MASSIMA RISOLUTIVA DELLA SENTENZA

In tema di responsabilità professionale dell’avvocato, costituisce sua precisa obbligazione, anche in corso di causa, attivarsi per reperire i documenti necessari a sostenere la domanda del proprio assistito, senza potersi esimere da tale attività per la sussistenza di un sequestro ad opera dell’autorità giudiziaria. In tali ipotesi deve ritenersi sufficiente la prova del tempestivo e rituale tentativo di acquisire il documento, ad esempio attraverso istanza ex artt. 210 o 213 c.p.c. La condotta negligente dell’avvocato può quindi determinare l’obbligo di risarcire al cliente il danno subito, da calcolarsi tenendo conto del principio della compensatio lucri cum damno, detraendo dal quantum risarcitorio le somme già percepite dal danneggiato a titolo indennitario INAIL.” (Tribunale di Roma, 2024)

IMPLICAZIONI PRATICHE

 La sentenza in esame ribadisce l’importanza per l’avvocato di svolgere il proprio mandato con la massima diligenza professionale, considerando che ogni sua negligenza, imprudenza o imperizia può riverberarsi in un danno per il cliente. In particolare, il legale è tenuto ad attivarsi tempestivamente per il reperimento di tutta la documentazione necessaria a sostenere la domanda giudiziale, senza potersi esimere da tale compito adducendo difficoltà obiettive derivanti, ad esempio, da un sequestro dell’autorità giudiziaria.

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Avv. Cosimo Montinaro


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