Il coniuge che richiede l’assegno ha l’onere di provare di essersi attivato per trovare lavoro (Cass., ord. n. 20866/2021)

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Il coniuge che richiede l’assegno ha l’onere di provare di essersi attivato per trovare lavoro (Cassazione Civile, Sez. I, ordinanza n. 20866 del 21.07.2021)

ESTRATTO SENTENZA

[…] E’ principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte quello secondo cui in tema di separazione fra coniugi l’attitudine al proficuo lavoro dei medesimi, quale potenziale capacità di guadagno, costituisce elemento valutabile ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento da parte del giudice, che deve al riguardo tener conto non solo dei redditi in denaro, ma anche di ogni utilità o capacità suscettibile di valutazione economica; con l’avvertenza, però, che l’attitudine al lavoro assume rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva possibilità di svolgimento di un’attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale e ambientale, e non già di mere valutazioni astratte e ipotetiche (Cass. 789/2017, Cass. 3502/2013, Cass. 18547/2006, Cass. 12121/2004).

Questo principio non può essere amplificato fino al punto di ritenere che una concreta attitudine al lavoro, capace di trovare un positivo riscontro sul mercato, possa rimanere non sfruttata a causa dell’inerzia dello stesso richiedente l’assegno, con il risultato di addossare l’onere del suo mantenimento sul coniuge separato e occupato, in quanto un simile contegno inattivo si pone in contrasto con il reale contenuto del dovere di assistenza coniugale, comunque persistente in caso di separazione fino allo scioglimento del matrimonio (Cass. 12196/2017).

In vero, se l’assegno di mantenimento di cui all’art. 156 c.c., trova giustificazione nella persistenza di tale dovere, onde consentire al coniuge che non abbia adeguati redditi propri di mantenere il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, la richiesta di assistenza incontra un limite nel non potere ampliata sino a pretendere quanto lo stesso coniuge meno abbiente potrebbe procurarsi mettendo ragionevolmente a frutto le proprie attitudini.

In altri termini, come quello con maggiori possibilità economiche è tenuto a sovvenire il coniuge sotto questo profilo più debole, così quest’ultimo non può correttamente chiedere quanto è in grado, secondo il canone dell'”ordinaria diligenza”, di procurarsi da solo.

Dunque, posto che la prova del ricorrere dei presupposti dell’assegno incombe su chi chiede il mantenimento (Cass. 1691/1987), grava sulla parte che richiede il riconoscimento di un simile assegno dimostrare l’esistenza di una condizione personale, patrimoniale e reddituale che giustifichi la richiesta del beneficio e il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, mentre è onere di chi eccepisce il ricorrere di fatti impeditivi all’accoglimento di una simile richiesta fornire il relativo riscontro.

Rientra nell’onere probatorio del coniuge richiedente l’assegno anche la dimostrazione della non colpevolezza di una simile condizione, quando – come nel caso in esame – sia stato accertato, in fatto, che questi aveva la possibilità di lavorare (Cass. 6886/2018).

Il che significa, più precisamente, che in questo caso rimane a carico del richiedente l’assegno di mantenimento il compito di dimostrare di essersi concretamente attivato e proposto sul mercato del lavoro per reperire un’occupazione lavorativa retribuita confacente alle proprie attitudini e mettere così a frutto le capacità professionali possedute.

La Corte distrettuale, una volta preso atto tanto della “concreta capacità di reddito” dell’odierna ricorrente (in ragione della giovane età, del titolo professionale qualificante di ortottista e dell’attività professionale svolta fino alla nascita della figlia), quanto della sua possibilità di proporsi sul mercato del lavoro, ha perciò correttamente ritenuto che la stessa dovesse “attivarsi per cercare opportunità lavorative”, traendo le conseguenze del mancato assolvimento del relativo onere probatorio per non porre totalmente a carico dell’altro coniuge le conseguenze della mancata conservazione del tenore di vita matrimoniale.

Sul punto andrà perciò fissato il seguente principio: il riconoscimento dell’assegno di mantenimento per mancanza di adeguati redditi propri previsto dall’art. 156 c.c., essendo espressione del dovere solidaristico di assistenza materiale, non può estendersi a ciò che l’istante sia in grado, secondo il canone dell'”ordinaria diligenza”, di procurarsi da solo.

Rimane perciò a carico del coniuge richiedente l’assegno di mantenimento, ove risulti accertata in fatto la sua possibilità di lavorare, l’onere di dimostrare di essersi inutilmente attivato e proposto sul mercato occupazionale per mettere a frutto le proprie attuali attitudini professionali.

[…]

Avv. Cosimo Montinaro

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