Il Giudice ha il potere-dovere di applicare una norma di legge diversa da quella invocata dalle parti

Il Giudice ha sempre il potere-dovere di applicare una norma di legge diversa da quella invocata dalle parti

Tribunale di Bari, sentenza n. 612/2021

ESTRATTO SENTENZA

Il giudice, nell’indagine diretta all’individuazione del contenuto e della portata delle domande sottoposte alla sua cognizione, non è tenuto ad uniformarsi al tenore meramente letterale degli atti nei quali le domande medesime risultino  proposte, dovendo, per converso, aver riguardo al contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, sì come desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate dalla parte istante, andando oltre la prospettazione letterale della pretesa; ciò in quanto anche un’istanza non espressa può ritenersi implicitamente formulata se in rapporto di connessione con il “petitum” e la “causa petendi” (Cass., sez. II, 10.2.2010, n. 3012).

Al giudice infatti è consentito interpretare il titolo su cui si fonda la res litigiosa ed anche applicare una norma di legge diversa, purché restino inalterati il petitum e la causa petendi, non sia attribuito un bene diverso da quello domandato e non siano introdotti nel tema controverso nuovi elementi di fatto; ciò al fine di non incorrere nel vizio di ultra o extrapetizione (cfr. sul punto, fra le tante, Cass., sez. III, 8.2.2007, n. 2746).

In particolare occorre rilevare che per causa petendi, idonea ad identificare la domanda della parte, non debbono intendersi soltanto le ragioni giuridiche addotte a fondamento della pretesa avanzata in giudizio, bensì l’insieme delle circostanze di fatto che la parte pone a base della propria richiesta. È infatti compito precipuo del giudice la corretta identificazione degli effetti giuridici scaturenti dai fatti dedotti in causa, sicché l’enunciazione che la parte faccia delle ragioni di diritto su cui la sua pretesa si fonda può valere a circoscrivere la cognizione del giudice solo nella misura in cui essa stia a significare che la parte medesima ha inteso trarre dai fatti esposti soltanto quelle e non altre conseguenze giuridiche (Cass., sez. I, 13.12.1996, n. 11157; in senso conforme Cass., sez. II, 2.3.2006, n. 4598).

In definitiva il giudice ha il potere-dovere di qualificare giuridicamente l’azione e di attribuire al rapporto dedotto in giudizio un nomen iuris anche diverso da quello indicato dalle parti, purchè non sostituisca la domanda proposta con una diversa, modificandone i fatti costitutivi o fondandosi su una realtà fattuale non dedotta e allegata in giudizio tra le parti (Cass., sez. II, 17.7.2007, n. 15925; in senso conforme, più recentemente, Cass., sez. III, 3.8.2012, n. 13945). Di talchè la parte potrebbe anche non indicare od indicare erroneamente la ragione giuridica che legittima la sua domanda (Cass., sez. III, 15.7.1983, n. 4880; Cass., sez. I, 10.12.2008, n. 28986, pag. 10 della motivazione).

(testo integrale su richiesta)

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