Risponde anche l’Azienda sanitaria dei furti commessi dall’infermiere?

Risponde anche l’Azienda sanitaria dei furti commessi dall’infermiere

Con ricorso ex art. 702 bis c.c., la ricorrente esponeva di aver subito una rapina nella notte tra il 20 e il 21 dicembre durante il suo ricovero presso l’Ospedale Vito Fazzi di Lecce. Nello specifico, la paziente lamentava che un infermiere in servizio presso il reparto di Neurochirurgia (autore, peraltro, di altri furti nel periodo compreso tra l’aprile 2014 e il dicembre 2015), le aveva praticato un’iniezione di benzodiazepine al fine di addormentarla e di privarla della fede d’oro bianco e dell’anello con rubino che portava al dito. Fatti portati anche all’attenzione del Giudice penale il cui procedimento si era concluso con un patteggiamento.

La resistente chiedeva, quindi, la condanna dell’infermiere (quale autore del fatto), nonché di ASL Lecce (ex art. 2049 c.c., quale datrice di lavoro) al risarcimento del danno biologico, materiale e morale patito.

Il Tribunale di Lecce, con sentenza n. 3475/2021, pubblicata il 23/12/2021, accoglieva la domanda condannando, in solido, i convenuti al risarcimento del danno in favore di parte ricorrente, liquidato in € 8.000,00, oltre interessi in misura legale dalla data della sentenza sino al soddisfo.

Estratto della sentenza

Responsabilità ex art. 2049 c.c. dell’Azienda sanitaria

[…] L’azione proposta (dalla paziente) va invero inquadrata nell’art. 2049 c.c., in quanto la stessa, pur avendo parlato di culpa in eligendo e vigilando, ha comunque individuato nella ASL, quale datrice di lavoro, il responsabile civile dell’evento.

Sotto un profilo giuridico, si riconosce la responsabilità del datore di lavoro per danni commessi, a titolo doloso o colposo, dal proprio lavoratore, in tutti i casi in cui il fatto illecito sia legato da un nesso di occasionalità necessaria con le mansioni svolte.

L’art. 2049 c.c. prevede infatti che “I padroni e i committenti sono responsabili per i danni arrecati dal fatto illecito dei loro domestici e commessi nell’esercizio delle incombenze a cui sono adibiti”. Si tratta dell’applicazione del noto principio “cuius commoda eius et incommoda”. In merito ai presupposti, la giurisprudenza ha chiarito che “In tema di responsabilità dei preposti, il fatto dannoso deve essere illecito sotto il profilo oggettivo e soggettivo, e in particolare, sotto il primo aspetto, può essere sia doloso che colposo, senza che sia necessario identificare l’autore del fatto, perché è sufficiente accertare che quest’ultimo, anche se rimasto ignoto, sia legato da rapporto di preposizione con il preponente, ravvisabile tutte le volte in cui un soggetto utilizzi e disponga dell’attività altrui” (Cass. Civ., Sez. 3, Sentenza n. 10757 del 25/05/2016) È poi necessario che sussista il rapporto di preposizione e che ricorra il nesso di occasionalità necessaria: “La responsabilità indiretta di cui all’art. 2049 c.c. per il fatto dannoso commesso da un dipendente postula l’esistenza di un nesso di “occasionalità necessaria” tra l’illecito e il rapporto di lavoro che vincola i due soggetti, nel senso che le mansioni affidate al dipendente abbiano reso possibile o comunque agevolato il comportamento produttivo del danno al terzo. (Cass. Civ., Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 20924 del 15/10/2015).

In tempi più recenti è stato confermato in merito al dipendente di Azienda Ospedaliera che “In tema di fatto illecito, la responsabilità dei padroni e committenti per il fatto del dipendente ex art. 2049 c.c. non richiede che tra le mansioni affidate all’autore dell’illecito e l’evento sussista un nesso di causalità, essendo sufficiente che ricorra un rapporto di occasionalità necessaria, nel senso che le incombenze assegnate al dipendente abbiano reso possibile o comunque agevolato il comportamento produttivo del danno al terzo. (Nella specie, la S.C. ha ravvisato responsabilità dell’azienda ospedaliera per i danni provocati da un medico autore di violenza sessuale in danno di paziente, perpetrata in ospedale e in orario di lavoro, nell’adempimento di mansioni di anestesista, narcotizzando la vittima in vista di un intervento chirurgico)” (Cass. Civ., Sez. 3 – , Sentenza n. 22058 del 22/09/2017).

Al fine di sottrarsi alla propria responsabilità, pertanto, la ASL avrebbe dovuto provare l’assenza del nesso di occasionalità necessaria tra le mansioni svolte e l’evento. Nel caso di specie, è innegabile che proprio lo svolgere la funzione di infermiere notturno presso l’Ospedale ha reso possibile (all’infermiere) non solo di procurarsi il farmaco, ma anche e soprattutto di somministrarlo (alla paziente) senza alcuna esigenza medica e così di renderla incapace di evitare la sottrazione degli anelli che aveva indosso. La circostanza che la ASL, a seguito dei primi episodi, abbia presentato denuncia alla Polizia e che per alcuni giorni degli agenti siano stati nei corridoi in borghese per svolgere le indagini, non ha rilevanza. È infatti pacifico che il colpevole non sia stato individuato e che i furti siano continuati. La ASL, dunque, avrebbe dovuto svolgere ben più approfondite indagini interne, evitare che vi fossero infermieri o operatori sanitari atti a operare singolarmente, informare espressamente ogni paziente della frequenza dei furti nel reparto e così impedire che gli stessi potessero compiersi. Non vi è dunque alcuna prova liberatoria idonea che la ASL abbia fornito al fine di escludere la propria responsabilità. […].

Avv. Cosimo Montinaro

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