Infezioni nosocomiali: casa di cura risponde del danno al paziente anche senza colpa – Tribunale di Lecce, 2025

Una significativa pronuncia del Tribunale di Lecce ha recentemente affrontato il delicato tema della responsabilità delle strutture sanitarie per le infezioni nosocomiali, stabilendo un importante principio in materia di onere probatorio. Il caso riguarda un paziente che, a seguito di due interventi chirurgici eseguiti presso una clinica privata per il trattamento di un’ernia discale, ha sviluppato una grave infezione da Staphylococcus epidermidis, con conseguente spondilodiscite. La sentenza affronta in modo dettagliato la questione della ripartizione dell’onere della prova in materia di responsabilità sanitaria, confermando l’orientamento secondo cui, una volta che il paziente abbia dimostrato il nesso causale tra l’intervento e l’infezione, spetta alla struttura sanitaria provare di aver adottato tutte le misure necessarie per evitare il contagio. Particolarmente rilevante è l’affermazione del principio secondo cui non è sufficiente per la struttura dimostrare di aver seguito i protocolli standard di prevenzione, ma è necessario provare l’impossibilità concreta di evitare l’infezione nel caso specifico. La decisione si inserisce nel solco della più recente giurisprudenza della Cassazione in materia di responsabilità sanitaria, contribuendo a definire con maggiore precisione gli obblighi delle strutture sanitarie nella prevenzione delle infezioni nosocomiali.

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Indice

  • ESPOSIZIONE DEI FATTI
  • NORMATIVA E PRECEDENTI
  • DECISIONE DEL CASO E ANALISI
  • ESTRATTO DELLA SENTENZA
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ESPOSIZIONE DEI FATTI

Il caso prende avvio quando un paziente viene ricoverato presso una Casa di Cura di Lecce per essere sottoposto a un intervento chirurgico di emilaminectomia a causa di una ernia discale lombare. L’intervento viene eseguito con successo, ma successivamente il paziente sviluppa una sintomatologia dolorosa che rende necessario un secondo intervento chirurgico presso la stessa struttura. In seguito ai due interventi, il paziente manifesta una grave infezione da Staphylococcus epidermidis, con conseguente spondilodiscite, che richiede un ulteriore ricovero presso l’Unità di Malattie Infettive di un altro ospedale.

La vicenda processuale si sviluppa quando l’erede del paziente, deceduto per cause indipendenti dall’infezione, agisce in giudizio contro la casa di cura per ottenere il risarcimento dei danni.

La struttura sanitaria si difende sostenendo di aver rispettato tutti i protocolli di prevenzione delle infezioni e che il germe responsabile dell’infezione, essendo un comune saprofita della cute, non sarebbe tipico delle infezioni ospedaliere.

La consulenza tecnica d’ufficio ha evidenziato alcune criticità nella gestione del caso, in particolare riguardo agli esami clinico-diagnostici strumentali all’accertamento della spondilodiscite. I consulenti hanno sottolineato che la diagnosi di infezione da Staphylococcus epidermidis richiede almeno due emocolture positive intervallate da un’ora, requisito non rispettato nel caso in esame. Inoltre, i consulenti hanno evidenziato come la distinzione tra germi ospedalieri e comunitari non possa essere utilizzata come criterio discriminante per stabilire l’origine dell’infezione.

NORMATIVA E PRECEDENTI

Il Tribunale ha fondato la propria decisione su un consolidato orientamento giurisprudenziale in materia di responsabilità contrattuale delle strutture sanitarie. In particolare, la sentenza richiama numerose pronunce della Suprema Corte che hanno definito il regime probatorio applicabile in questi casi. Di fondamentale importanza è la sentenza delle Sezioni Unite n. 577 del 2008, che ha stabilito il principio secondo cui il paziente deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, mentre spetta alla struttura dimostrare l’assenza di inadempimento o la sua irrilevanza causale.