Un paziente di Messina ottiene giustizia dopo anni di battaglia legale contro l’ospedale che ha commesso un grave errore medico nel trattamento di una frattura al gomito. Il Tribunale di Messina, con ordinanza del maggio 2025, ha condannato la struttura sanitaria al risarcimento di tutti i danni, applicando rigorosamente il criterio del “più probabile che no“ per l’accertamento del nesso causale tra condotta medica ed evento dannoso.
La vicenda rappresenta un caso paradigmatico di malpractice sanitaria che dimostra l’importanza di una diagnosi corretta e di un trattamento adeguato nelle fratture complesse. I giudici messinesi hanno infatti accertato che i sanitari dell’ospedale avrebbero dovuto utilizzare almeno due fili di K per stabilizzare la frattura del gomito, invece del singolo filo applicato, determinando così l’instabilità dell’articolazione e la necessità di un successivo intervento correttivo.
La sentenza è destinata a fare scuola perché chiarisce definitivamente i principi in materia di responsabilità sanitaria, confermando che quando l’errore medico è “più probabile che no” rispetto ad altre possibili cause del danno, scatta automaticamente l’obbligo risarcitorio per la struttura ospedaliera. Un principio che offrirà maggiori garanzie a tutti i pazienti vittime di negligenze mediche.
Il caso ha visto il paziente subire una duplice sofferenza: prima per l’inadeguato trattamento ricevuto presso l’ospedale pubblico, poi per la necessità di sottoporsi a un costoso intervento correttivo presso una struttura privata di Modena. Il Tribunale di Messina ha riconosciuto un risarcimento complessivo di oltre 13mila euro, comprensivo di invalidità temporanea, danno biologico permanente del 4% e rimborso delle spese sostenute.
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Indice
- ESPOSIZIONE DEI FATTI
- NORMATIVA E PRECEDENTI
- DECISIONE DEL CASO E ANALISI
- ESTRATTO DELLA SENTENZA
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ESPOSIZIONE DEI FATTI
La vicenda giudiziaria ha origine da una caduta accidentale avvenuta nel 2010, quando il paziente, un uomo di 38 anni residente a Messina, si procura una frattura del gomito sinistro. Immediatamente dopo l’incidente, l’uomo si reca presso il pronto soccorso dell’Ospedale Piemonte (Azienda Papardo Piemonte) per ricevere le cure necessarie.
Presso il nosocomio messinese, i sanitari effettuano la diagnosi di frattura del gomito sinistro e procedono secondo il protocollo standard dell’epoca. Viene eseguita la cosiddetta “manovra” di riduzione della frattura, successivamente il gomito viene immobilizzato con gesso e il paziente viene ricoverato per una settimana presso il reparto di ortopedia per monitorare l’evoluzione del quadro clinico.
Dopo le dimissioni, il paziente osserva scrupolosamente le prescrizioni mediche e attende i tempi di guarigione previsti. Tre settimane dopo si presenta nuovamente presso l’ospedale per la rimozione del gesso e per sottoporsi alla visita di controllo programmata, confidando in una guarigione completa della frattura.
Durante questa visita di controllo si manifesta il primo grave problema. I sanitari riscontrano infatti una grave instabilità del gomito con lussazione dell’articolazione, segno evidente che il trattamento iniziale non ha avuto l’esito sperato. Di fronte a questa complicazione imprevista, i medici decidono di tentare la riduzione della lussazione del gomito in narcosi, sperando di risolvere il problema senza ricorrere alla chirurgia.
Tuttavia, il tentativo si rivela inefficace: nonostante gli sforzi dei sanitari, risulta impossibile mantenere la riduzione ottenuta. A questo punto, i medici dell’ospedale decidono di stabilizzare provvisoriamente il gomito con filo di K e propongono al paziente un intervento chirurgico per risolvere definitivamente la problematica. È questo il momento cruciale in cui si consuma l’errore medico che darà origine al contenzioso.
Il paziente, comprensibilmente preoccupato per l’evolversi della situazione e dubbioso sull’efficacia del trattamento ricevuto, decide di richiedere un secondo parere medico. Si rivolge così al dottor dell’Hesperia Hospital di Modena, una struttura privata specializzata in chirurgia ortopedica avanzata. Dopo aver sottoposto il paziente a visita specialistica in data 10 dicembre 2010, il chirurgo modenese formula una diagnosi devastante: quanto era stato effettuato dai sanitari del nosocomio messinese era “sbagliato a causa di una diagnosi errata“.
La conferma dell’errore arriva il 15 gennaio 2011, quando il paziente viene sottoposto presso l’Hesperia Hospital a un intervento chirurgico per la ricostruzione dei legamenti radiali del gomito sinistro. L’operazione, tecnicamente complessa, ha esito positivo e consente finalmente al paziente di recuperare la funzionalità dell’articolazione, ma a un costo economico e psicologico considerevole.
NORMATIVA E PRECEDENTI
Il quadro normativo di riferimento per le controversie in materia di responsabilità sanitaria ha subito nel corso degli anni un’evoluzione significativa, culminata con l’entrata in vigore della Legge Gelli-Bianco (L. 24/2017) che ha ridisciplinato completamente la materia. Tuttavia, i principi giurisprudenziali consolidati in tema di nesso causale rimangono il pilastro fondamentale per la risoluzione delle controversie da malpractice medica.
La responsabilità contrattuale delle strutture sanitarie trova il suo fondamento nell’articolo 1218 del codice civile, che disciplina l’inadempimento delle obbligazioni. Come chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, tra paziente e struttura ospedaliera si instaura un contratto di spedalità che obbliga la struttura a prestare tutte le cure necessarie per la guarigione del paziente secondo le leges artis mediche.
Il principio cardine in materia di accertamento del nesso causale è rappresentato dal criterio del “più probabile che no“, anche noto come “preponderanza dell’evidenza“. Questo criterio, consolidato dalla giurisprudenza di Cassazione, impone di “ritenere provata la causa di un evento quando quella causa è più probabile di una causa diversa o di una causa contraria” (Cassazione ordinanza 5 marzo 2024, n. 5922).
Il criterio probabilistico si basa su un ragionamento comparatistico che il giudice deve svolgere dopo aver acquisito il consulto tecnico. Come spiegato dalla Suprema Corte, è “compito del giudice di merito stabilire se l’accertamento fatto dal CTU consenta di ritenere come più probabile la causa da lui indicata, rispetto invece a cause alternative“. Il giudice deve quindi esaminare tutte le possibili cause del danno (errore medico, malattia preesistente, fattori esterni, negligenza del paziente) e stabilire quale sia statisticamente più probabile.
Fondamentale è la distinzione tra probabilità logica e probabilità statistica. Come chiarito dalla giurisprudenza più recente, la probabilità logica prevale su quella statistica: “le circostanze del caso concreto devono guidare l’analisi, non regole astratte o numeriche“. Non è quindi sufficiente invocare percentuali statistiche astratte, ma occorre dimostrare la prevalenza causale nel caso specifico.
Per quanto riguarda il riparto dell’onere probatorio, la giurisprudenza ha chiarito che è onere del paziente dimostrare l’esistenza del nesso causale, provando che “la condotta del sanitario è stata, secondo il criterio del più probabile che non, causa del danno“. Tuttavia, il paziente non è tenuto a provare la violazione delle leges artis, onere che ricade sulla struttura sanitaria.
In tema di quantificazione del danno biologico, la normativa di riferimento è rappresentata dagli articoli 138 e 139 del Codice delle Assicurazioni Private, come richiamato dall’articolo 7 della Legge Gelli-Bianco. Per le lesioni di lieve entità (fino al 9% di invalidità), si applicano i coefficienti stabiliti dalla legge, mentre per le lesioni più gravi si utilizzano le tabelle del Tribunale di Milano, considerate il riferimento più autorevole a livello nazionale.
Il danno biologico permanente viene calcolato in base alla percentuale di invalidità accertata e all’età del soggetto. Le tabelle di Milano 2024 prevedono una liquidazione unitaria che comprende sia la componente anatomo-funzionale sia quella relativa alla sofferenza soggettiva, con possibilità di personalizzazione fino al 25% in presenza di particolari condizioni.
Per l’invalidità temporanea, il valore di liquidazione è attualmente fissato in circa 115 euro per ogni giorno di inabilità assoluta, con possibilità di adeguamento proporzionale per le inabilità parziali. Questi importi vengono aggiornati annualmente in base agli indici ISTAT per garantire il mantenimento del potere d’acquisto.
DECISIONE DEL CASO E ANALISI
Il Tribunale di Messina ha pronunciato una decisione esemplare che chiarisce definitivamente l’applicazione del criterio del “più probabile che no” nelle controversie da responsabilità sanitaria. La dottoressa Valeria Anna Pappalardo ha accolto integralmente le richieste del paziente, condannando l’ospedale al risarcimento di tutti i danni subiti a causa dell’inadeguato trattamento medico.
Il punto centrale della decisione riguarda l’accertamento del nesso causale tra la condotta dei sanitari e i danni riportati dal paziente. Il giudice ha sottolineato che “nel contesto della responsabilità sanitaria, il paziente che intende ottenere un risarcimento per i danni subiti deve dimostrare il nesso causale tra la condotta del sanitario e l’evento dannoso subito“, ma non è tenuto a provare la violazione delle leges artis, onere che ricade sulla struttura sanitaria.
