La responsabilità medica in ambito odontoiatrico torna al centro dell’attenzione giurisprudenziale con una significativa pronuncia del Tribunale di Catania che affronta tematiche di estrema rilevanza per pazienti, professionisti e strutture sanitarie. Il caso in esame riguarda un trattamento implantologico All-On-Four che ha sollevato questioni cruciali sulla diligenza professionale, sull’adeguatezza delle indagini diagnostiche preliminari e sulla validità delle clausole contrattuali di esonero dalla responsabilità.
La vicenda giudiziaria prende origine da un intervento di riabilitazione dell’arcata dentale superiore effettuato nel 2014 presso una clinica odontoiatrica. La paziente, una donna di sessant’anni, si era rivolta alla struttura sanitaria per una consulenza relativa a un’eventuale riabilitazione protesica dell’arcata superiore, presentando al momento della visita due impianti preesistenti e sei elementi dentari naturali. La proposta terapeutica prevedeva un piano di trattamento complesso che includeva l’estrazione degli elementi dentari residui, la rimozione degli impianti esistenti, l’innesto di materiale biocompatibile e la successiva collocazione di quattro nuovi impianti secondo la tecnica All-On-Four.
Tuttavia, quello che doveva essere un percorso di riabilitazione orale completa si è trasformato in una controversia legale dai risvolti significativi per l’intero settore dell’implantologia dentale. Al centro della disputa si pone la questione della mancanza di adeguati esami strumentali preliminari, in particolare l’assenza di una TAC dentale approfondita che avrebbe dovuto evidenziare le condizioni dell’osso mascellare prima dell’intervento.
Il Tribunale di Catania ha dovuto affrontare diverse questioni di diritto sanitario di particolare rilievo, tra cui la natura della responsabilità contrattuale delle strutture sanitarie, l’applicazione dell’articolo 1228 del Codice Civile per la responsabilità da fatto degli ausiliari, e soprattutto la validità delle clausole contrattuali che prevedevano l’esonero della struttura da responsabilità per l’operato dei medici collaboratori. La sentenza assume particolare importanza anche per aver chiarito i criteri di ripartizione della responsabilità tra struttura sanitaria e professionisti, stabilendo principi che potrebbero avere ampia applicazione nel settore dell’odontoiatria privata.
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Indice
- ESPOSIZIONE DEI FATTI
- NORMATIVA E PRECEDENTI
- DECISIONE DEL CASO E ANALISI
- ESTRATTO DELLA SENTENZA
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ESPOSIZIONE DEI FATTI
La controversia origina da una vicenda clinica complessa che ha visto coinvolta una paziente sessantenne che nel mese di ottobre 2014 si rivolse a una clinica dentale per una consulenza riguardante la possibile riabilitazione dell’arcata dentale superiore. Al momento della prima visita, la donna presentava una situazione clinica caratterizzata dalla presenza di due impianti dentali preesistenti in posizione specifica e sei elementi dentari naturali ancora presenti nell’arcata superiore.
La proposta terapeutica formulata dalla struttura sanitaria prevedeva un piano di trattamento integrale del valore di diverse migliaia di euro, comprensivo di múltiple fasi operative. Il programma terapeutico includeva inizialmente l’estrazione di tutti gli elementi dentari naturali residui nell’arcata superiore, la rimozione dei due impianti preesistenti, l’innesto di materiale biocompatibile con apposizione di membrana protettiva, e successivamente la collocazione di quattro nuovi impianti secondo la tecnica All-On-Four.
Il protocollo terapeutico prevedeva inoltre l’apposizione di una protesi provvisoria mobile durante la fase di guarigione, seguita dall’applicazione di una protesi definitiva fissa montata sui nuovi impianti, realizzando così una riabilitazione completa dell’arcata dentaria superiore. Tuttavia, un elemento particolarmente significativo della vicenda riguarda il fatto che questa proposta terapeutica venne formulata in seguito a una semplice ispezione superficiale e in assenza di esami strumentali approfonditi.
Il percorso clinico ebbe inizio formalmente quando la paziente, seguendo le indicazioni dei sanitari, si sottopone a una TAC Dentalscan nel novembre 2014. Successivamente, nel dicembre dello stesso anno, venne effettuato il primo intervento chirurgico che comportò la rimozione dei due impianti dentali preesistenti, l’estrazione di due elementi dentari e l’inserimento di un nuovo impianto inclinato secondo la tecnica prevista.
Dopo la rimozione dei punti di sutura e il ritiro della protesi mobile provvisoria nel dicembre 2014, la situazione clinica iniziò a presentare complicazioni significative. La paziente non ricevette più comunicazioni dalla struttura sanitaria fino a un controllo effettuato nel gennaio 2015, seguito da un lungo periodo di silenzio che rese necessario un sollecito da parte della paziente stessa per ottenere una nuova visita nell’aprile 2015.
Durante questo controllo tardivo, venne prescritta una nuova TAC di controllo che rivelò una situazione clinica preoccupante, caratterizzata da diffuso riassorbimento osseo orizzontale a carattere parodontale, interessante l’osso mascellare bilateralmente, con conseguente insufficiente tessuto scheletrico per finalità implantologiche. L’esame radiologico evidenziò inoltre la presenza di una lesione osteolitica in corrispondenza di uno degli impianti inseriti, configurando un quadro clinico complesso e problematico.
NORMATIVA E PRECEDENTI
Il quadro normativo di riferimento per la responsabilità medica in ambito odontoiatrico si fonda su principi giurisprudenziali consolidati che hanno trovato successiva codificazione nella Legge Gelli-Bianco n. 24/2017. Tuttavia, trattandosi di fatti verificatisi nel 2014, trova applicazione l’orientamento giurisprudenziale precedente alla riforma, basato sui principi elaborati dalle Sezioni Unite della Cassazione.
