Danno terminale e lucida agonia: quando inizia la consapevolezza della morte? Il Tribunale di Vallo della Lucania traccia i confini temporali del risarcimento attraverso la cartella clinica – Trib. Vallo della Lucania 2024

Il Tribunale di Vallo della Lucania ha affrontato nel 2024 un caso complesso di responsabilità medica, offrendo importanti chiarimenti sui criteri per l’individuazione temporale della lucida agonia ai fini della liquidazione del danno terminale. La sentenza riveste particolare interesse perché traccia una netta distinzione tra il generico timore per la propria salute e l’effettiva consapevolezza dell’approssimarsi della morte, utilizzando la documentazione clinica come strumento probatorio oggettivo.

Nel caso specifico, il Tribunale ha analizzato il decorso post-operatorio di un paziente deceduto a seguito di complicanze dopo un intervento di colecistectomia, identificando con precisione il momento di insorgenza della consapevolezza della morte attraverso l’esame delle cartelle cliniche. La decisione risulta innovativa perché esclude il risarcimento per i giorni in cui, pur essendo presente un’emorragia interna, questa era ancora rimediabile, riconoscendo il danno da lucida agonia solo per il periodo in cui il paziente ha effettivamente percepito l’irreversibilità della propria condizione, fino al momento della sedazione.

Avv. Cosimo Montinaro – Tel. 0832/1827251 – e-mail segreteria@studiomontinaro.it

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Indice

  • ESPOSIZIONE DEI FATTI
  • NORMATIVA E PRECEDENTI
  • DECISIONE DEL CASO E ANALISI
  • ESTRATTO DELLA SENTENZA
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ESPOSIZIONE DEI FATTI

La vicenda processuale trae origine da un intervento di colecistectomia video-assistita eseguito il 29 ottobre 2009 presso una struttura sanitaria privata. Il decorso post-operatorio del paziente si è caratterizzato per un progressivo peggioramento delle condizioni cliniche, documentato attraverso una serie di rilevazioni ematiche che evidenziavano un costante calo dei valori dell’emocromo.

Il momento cruciale nella dinamica degli eventi si colloca nella serata del 31 ottobre 2009, quando le condizioni del paziente hanno subito un drastico deterioramento. La cartella clinica riporta che alle ore 22:00 il paziente presentava un quadro clinico caratterizzato da ipotensione, dispnea e aritmia. La gravità della situazione ha indotto i sanitari, nelle prime ore del 1° novembre 2009, precisamente alle ore 1:20, a disporre il trasferimento del paziente presso il nosocomio di Vallo della Lucania, dove è stato formulato un quadro diagnostico di shock cardiocircolatorio ipovolemico.

La progressione degli eventi clinici ha portato, alle ore 7:46 del 1° novembre, alla necessità di procedere all’intubazione e alla sedazione del paziente, il cui decesso è poi sopraggiunto in data 3 novembre 2009 per shock settico post-intervento. La documentazione clinica ha evidenziato che la causa del deterioramento era riconducibile a un’emorragia interna, complicanza nota e gestibile dell’intervento chirurgico effettuato, che tuttavia non era stata tempestivamente individuata e trattata dal personale sanitario.

NORMATIVA E PRECEDENTI

Il quadro normativo e giurisprudenziale in tema di danno terminale ha conosciuto una significativa evoluzione negli ultimi anni. La giurisprudenza di legittimità ha progressivamente affinato i criteri per il riconoscimento e la liquidazione di questa particolare voce di danno, distinguendo con sempre maggior precisione le sue diverse componenti.

La sentenza n. 23183/2014 della Corte di Cassazione rappresenta un punto di svolta fondamentale, avendo stabilito che il danno terminale deve essere liquidato considerando due distinte componenti: il danno biologico terminale, riferito alle lesioni fisiche patite dalla vittima, e il danno morale catastrofale, legato alla cosiddetta formido mortis, ovvero alla percezione consapevole dell’approssimarsi della morte.

Particolarmente rilevante è il consolidamento dell’orientamento giurisprudenziale che richiede, per il riconoscimento del danno catastrofale, la prova rigorosa dello stato di lucidità del paziente nel periodo antecedente al decesso. La Suprema Corte ha infatti chiarito che non è sufficiente dimostrare l’esistenza di sofferenze fisiche, ma occorre provare che la vittima fosse effettivamente consapevole dell’esito letale imminente.

La giurisprudenza ha inoltre elaborato criteri stringenti per la delimitazione temporale del danno da lucida agonia, stabilendo che questo può essere riconosciuto solo per il periodo in cui il paziente mantiene uno stato di coscienza tale da permettergli di percepire la gravità della propria condizione e l’irreversibilità del quadro clinico. Questa valutazione deve basarsi su elementi oggettivi, ricavabili principalmente dalla documentazione clinica, che permettano di individuare con precisione sia il momento iniziale che quello finale del periodo di lucida agonia.

Nel solco di questi precedenti, assume particolare rilievo anche l’orientamento che esclude la configurabilità del danno catastrofale nei casi in cui il paziente sia stato immediatamente sedato o abbia perso coscienza, proprio per l’assenza dell’elemento soggettivo della consapevolezza, che costituisce il presupposto imprescindibile per il riconoscimento di questa voce di danno.

DECISIONE DEL CASO E ANALISI

Nel caso specifico, il Tribunale ha sviluppato un’analisi particolarmente accurata della documentazione clinica per individuare il momento esatto di insorgenza della lucida agonia. Il punto centrale della decisione riguarda la distinzione tra il periodo in cui la situazione era ancora rimediabile e il momento in cui è subentrata l’effettiva consapevolezza dell’esito fatale.